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La nota del mattino Mercoledì 25 gennaio 2012

FONDO MONETARIO E PARTNER EUROPEI FANNO PRESSIONE SULLA GERMANIA. MONTI: SE IL FONDO SALVASTATI SARA’ FORTE, QUESTO BASTERA’ A FERMARE LA SPECULAZIONE. A DAVOS IL MONDO SI MISURA CON LA CRISI GLOBALE.
Il Fondo monetario e tutti i paesi dell’Unione europea cercano in questi giorni di mettere alle strette la Germania perché sia più disponibile a collaborare con le proprie risorse alla costruzione di un più forte fondo salva Stati. Tutti questi sforzi hanno come obiettivo la definizione dei nuovi trattati europei, che dovrebbero essere definiti al vertice del Consiglio d’Europa (capi di Stato e di governo) di fine mese.
Rientrano in questa strategia le affermazioni rilasciate ieri dai dirigenti del Fondo monetario sull’Italia: oltre a ricordare che l’Europa, e più in particolare l’Italia, nel 2012 saranno pesantemente in recessione, il responsabile per l’area europea, Carlo Cottarelli, ha promosso le misure di rigore varate dal governo Monti, ma allo stesso tempo ha sottolineato come sia fondamentale che l’Unione europea si attrezzi per difendere i paesi più in difficoltà, perché in caso contrario anche questi sforzi rischierebbero di essere insufficienti. Ieri, per alcune ore, un errore interpretativo delle agenzie di stampa ha trasformato queste affermazioni di Cottarelli in una specie di de profundis per l’Italia: l’Italia non può farcela da sola. Il Fmi è stato costretto a precisare di non aver mai affermato una cosa del genere.
Anche le dichiarazioni del presidente del Consiglio italiano, Mario Monti, fatte ieri a Bruxelles, hanno avuto chiaramente come obiettivo le posizioni della Germania. Monti è stato chiaro: mettere più risorse nel fondo salva Stati non significa spenderle. Al contrario: più il fondo sarà potente, meno la speculazione lancerà attacchi, meno risorse finanziarie bisognerà impegnare concretamente per difendere l’euro e i paesi in difficoltà.
La trattativa sul debito pubblico greco sta nel frattempo tenendo tutta l’Europa con il fiato sospeso: ancora non c’è accordo tra i creditori privati e il governo greco.
Questa mattina la cancelliera Angela Merkel apre i lavori del forum mondiale sull’economia a Davos.
2. SENATO E CAMERA OGGI DISCUTONO E VOTANO LA MOZIONE PER SOSTENERE IL GOVERNO NELLE TRATTATIVE SUGLI ACCORDI NELL’UNIONE EUROPEA.
Prima il Senato e poi la Camera oggi discutono sulla posizione che l’Italia deve portare in Europa sui nuovi trattati. Al centro del confronto la mozione unitaria che Pd, Pdl e Terzo polo hanno messo a punto per dare forza alle posizioni che il presidente del Consiglio Mario Monti porterà in Europa per tentare di imprimere una svolta alla linea di politica economica europea e più in particolare per tenere conto dell’esigenza di rilanciare l’economia e l’occupazione e di calibrare il rigore nella finanza pubblica senza strangolare i paesi dell’Unione. La mozione comune sarà largamente basata sul testo che fin dai primi giorni di gennaio il Pd ha presentato alla Camera.
Sulla posizione del Pd e sulla importanza delle scelte compiute in questi mesi oggi l’Unità pubblica un’importante riflessione di Alfredo Reichlin.
3. LA CONSULTA SPIEGA LA BOCCIATURA DEL REFERENDUM. FRANCESCHINI E FINOCCHIARO SCRIVONO A SCHIFANI E FINI: APRIRE SUBITO IL LAVORO SULLA RIFORMA ELETTORALE.
La Corte Costituzionale ha depositato le motivazioni con le quali ha ritenuto non ammissibili i quesiti referendari sulla legge elettorale (articoli su tutti i quotidiani). Ieri i presidenti dei gruppi parlamentari del Senato e della Camera del Pd, Anna Finocchiaro e Dario Franceschini, hanno scritto ai presidenti del Senato e della Camera Schifani e Fini, chiedendo che venga subito avviato il lavoro sulla riforma della legge elettorale. Il Pd ha da tempo depositato una proposta di legge di riforma varata dalla direzione del partito. Sarà quella la base di partenza nel confronto con le altre forze politiche.
4. LIBERALIZZAZIONI: IL PD SPINGE IL GOVERNO A FARE DI PIU’ E MEGLIO. LAVORO: BERSANI INVITA IL GOVERNO A TENERE I PIEDI PER TERRA.
Dalle agenzie di stampa. (DIRE) Roma, 24 gen. - Più liberalizzazioni nell’interesse dei cittadini. Il Pd riunisce il gruppo di lavoro sul decreto varato nel fine settimana dal governo e annuncia emendamenti mirati per correggerlo in Parlamento, nella direzione di un “risparmio di costi più sensibile per tutti”. La piattaforma dell’esecutivo, apprende la Dire, non basta ai Democratici, che sono orientati a presentare una vera e propria “lenzuolata”, per dirla secondo la metafora di Bersani-ministro. Al Nazareno, di prima mattina, ci sono il responsabile economia Stefano Fassina, i capigruppo delle commissioni economiche alla Camera e al Senato e i parlamentari esperti. Si parte dalle banche. Il Pd chiede la correzione della norma sulle assicurazioni obbligatorie per chi stipula i mutui. Il decreto prevede, in analogia con la nuova disciplina delle Rc auto, la presentazione di tre offerte concorrenziali tra loro. Ma il Pd chiederà che si torni all’intenzione originaria del governo, che escludeva l’offerta di un’assicurazione sulla vita e lasciava libertà di scelta al cliente. Gli emendamenti del Pd chiedono inoltre alle banche di ridurre i costi di e-money e carte di credito.
Capitolo secondo, le assicurazioni auto. Il Pd chiederà l’introduzione di un sistema a punti, sul modello della patente. Per chi accumula più punti, i prezzi scendono. Bene invece l’offerta di tre polizze alternative, ma i Democratici vogliono il superamento del sistema del monomandato. Non basta ai Democratici neppure il testo del governo sulla separazione tra Eni e Snam. La gestione della rete gas non può essere affidata a un decreto ministeriale da definire. La separazione va fatta subito. (SEGUE). (DIRE) Roma, 24 gen. - Anche il costo del carburante entra nella ‘lenzuolata’ che i Democratici scriveranno in vista dell’iter parlamentare del dl liberalizzazioni. L’idea, messa nero su bianco nel corso della riunione di questa mattina a Largo del Nazareno, viene proprio dall’esperienza del ministro Pier Luigi Bersani e prevede che lo Stato si presenti come acquirente di idrocarburi sul mercato internazionale per offrire la relativa quota a prezzi calmierati sul mercato interno. Servirebbe a tamponare l’innalzamento selvaggio dei prezzi, alla base della protesta dei camionisti in queste ore. Ai notai i Democratici chiedono di rinunciare all’esclusiva su alcuni atti, a cominciare dalla compravendita di abitazioni civili fino a un determinato ammontare. Queste stipule entreranno nel mercato aperto di altri professionisti come commercialisti e avvocati. Riserve arrivano infine dal Pd sulla definizione dell’Autorità per i Trasporti. Non può
essere accorpata, secondo i Democratici, a quella per l’Energia. Deve avere un regime funzionale e statutario del tutto indipendente. In quest’ottica i Democratici accolgono una parte delle richieste avanzate dai tassisti. La piena attuazione del decreto Bersani, con il riconoscimento di un ruolo centrale ai sindaci, garantirebbe nello stesso tempo più licenze e minore disagio sociale”.
Da La Repubblica. Articolo di Giovanna Casadio. “Un colloquio con Fornero? «Ho quest`abitudine: non chiamo, ma sono a disposizione quando il governo mi chiama…». Ufficialmente, nelle dichiarazioni alle agenzie di stampa, Bersani usatovi cauti. Ma nelle riunioni di partito, il segretario del Pd dà un alt secco al ministro del Welfare. Uno stop «alla professoressa». Brava, ma secondo i democratici astratta. E soprattutto poco consapevole delle conseguenze che la stretta sulla cassa integrazione - lanciata come un sasso nello stagno e poi ritirata -rappresenterebbe per centinaia di migliaia di lavoratori. Per non parlare dell`articolo 18. Perciò il leader pd suona l`allarme: «Al governo consiglio uno sguardo lungo ma i piedi a terra, perché la crisi industriale è diffusa e non si lascia la strada vecchia senza vere alternative, mettendo nell`abbandono centinaia di migliaia di lavoratori». …Per quanto riguarda Fornero e le sue misure “radicali”, replica: «Si può essere radicali ma sempre avendo bene i piedi piantatinella realtà. Cambiamo prima i meccanismi contrattuali che stanno svilendo il lavoro, perché un eccesso di precarietà sta disperdendo il tradizionale punto di forza dell`Italia ovvero il bagaglio di competenze del lavoro. Noi a questo tavolo ci siamo con il nostro contributo. Quindi, bisogna indicare una prospettiva di riorganizzazione degli ammortizzatori, ma mai dimenticando che siamo nel pieno di una crisi difficile e che non sarà breve».
5. LA RIVOLTA DEI TIR. IL GOVERNO METTE IN PISTA I PREFETTI.
Il governo interviene con fermezza sui blocchi stradali organizzati dai conducenti dei tir per alleggerire le difficoltà di approvvigionamento di tutte le merci causate dal blocco quasi totale dei trasporti su gomma. Il ministro dell’Interno ha invitati i prefetti ad agire. Al di là delle ragioni di fondo che hanno provocato le proteste, sono forti i timori di una strumentalizzazione e di infiltrazioni pericolose nella protesta.
Vi sono infatti motivi concreti di sofferenza per l’attività di trasporto via Tir (il costo del carburante, le tariffe autostradali, la concorrenza dei camionisti dell’Est, come segnala oggi un articolo di Dario Di Vico su Il Corriere della sera). Ma vi sono state anche iniziative chiaramente organizzate per suscitare disagio e rivolta (Sicilia e Campania, per esempio).
Dietro la facciata della condanna degli episodi più duri, il centrodestra gongola: l’Italia che si ribella porta acqua al mulino di Berlusconi e Bossi, che mal sopportano la lontananza dal potere e sperano che l’Italia disarcioni Monti per tornare in pista.
6. OBAMA RILANCIA L’IDEA DELL’EQUITA’ COME STRUMENTO DI RILANCIO DELL’ECONOMIA.
Mentre i repubblicani sono impegnati nella scelta del candidato che sfiderà Obama, il presidente degli Usa nel suo periodico discorso alla nazionale ha rilanciato ieri il tema dell’equità come strumento di rilancio e di ripresa dell’economia. Accanto a Obama è
apparsa ieri la segretaria del multimiliardario Warren Buffet (tra l’altro uno degli azionisti delle agenzie di rating), a ricordare che nell’America erede di Reagan e della famiglia Bush un dipendente come una semplice segretaria oggi paga più tasse del proprio datore di lavoro, anche se miliardario.
Da La Repubblica. Articolo di Federico Rampini. «Torniamo ai valori che hanno fatto grande l`America. Oggi è in gioco la sopravvivenza della fondamentale promessa americana. Battiamoci per un`economia al servizio di tutti. Vi pro pongo un piano per una crescita fatta per durare». E’ un Barack Obama in assetto da combattimento, quello che parla al Congresso e alla nazione. «L`America è grande solo se ognuno gareggia secondo le regole, se ognuno ha le opportunità giuste, se ciascuno si prende la sua parte di responsabilità. Se torna ad essere il paese dove chi ce la mette tutta, può farcela». Il presidente è lanciato verso la battaglia per la rielezione, sa che sarà durissima.
Il discorso sullo Stato dell`Unione, l`appuntamento politico più solenne dell` anno, gli serve per dare un senso a questa battaglia. È un discorso di strategia e divisione del mondo. «La sfida che definisce il nostro tempo - dice - è se in questo paese un numero sempre più ristretto di persone starà sempre meglio mentre gli altri fanno fatica; oppure se costruiamo le condizioni in cui le regole del gioco sono eque e uguali per tutti». Offre una diagnosi allarmata, sulla condizione di «lavoratori e ceto medio impoveriti e resi meno sicuri per decenni», un declino «iniziato molto prima dell`ultima recessione», proprio in coincidenza con «l`arricchimento smisurato di chi sta in cima alla piramide». Obama il populista, accusa la destra; Obama che torna a parlare il linguaggio progressista, lo acclama la sinistra. La sua scelta di campo è resa visibile da un gesto simbolico: mentre il presidente parla al paese alle nove di sera, in diretta su tutte le tv, tra gli invitati di onore al Congresso insieme alla First lady Michelle appare una certa signora Debbie Bosanek. È la segretaria del miliardario Warren Buffett, resa celebre dal suo datore di lavoro. Buffett, di simpatie progressiste e obamiano della prima ora, rivelò di «pagare un aliquota fiscale molto inferiore a quella della mia segretaria». Gesto efficace, quell`invito alla segretaria, perché il discorso sullo Stato dell`Unione coincide con la pubblicazione della dichiarazione dei redditi di Mitt Romney. Il candidato repubblicano paga appena il 14% dei suoi redditi multimilionari, anche lui come Buffett è graziato dall`assurdo privilegio per i detentori di plusvalenze finanziarie. Ecco un tema forte su cui Obama è deciso a impostare la sua campagna per la rielezione: «Possiamo andare in due direzioni opposte». La destra è il partito del privilegio, del capitalismo senza regole, dello smantellamento di ogni protezione sociale. Rieleggere Obama vuol dire «difendere chi lavora, le classi medie, che sono state retrocesse implacabilmente». I repubblicani vorrebbero ridurre ulteriormente la redistribuzione fiscale, spingendo le aliquote più in basso di quanto osarono Ronald Reagan e George W. Bush. I repubblicani dalla parte di Wall Street, il presidente con la segretaria di Buffett: questa è la “narrativa” che il discorso cerca di imprimere sullo scontro dei prossimi nove mesi. L`economia al primo posto, dunque, anche se Obama sa che i numeri non gli sono favorevoli: dal dopoguerra nessun presidente è stato rieletto con 1`8,5% di disoccupazione. Rivendica però «la creazione di 3,2 milioni di posti di lavoro nel settore privato negli ultimi 22 mesi; la rinascita di un`industria manifatturiera americana che ha ripreso a creare occupazione per la prima volta dagli anni Novanta». La sua presidenza ha fatto da argine, contro una recessione provocata nel 2008 «dal crollo di un castello di carte», cioè l` economia del
debito, l`ipertrofia della finanza. Ma non è populismo, non è neppure anti-capitalismo quello di Obama. Anche qui è emblematica la figura di un`ospite: la vedova di Steve Jobs è anche lei a fianco di Michelle, a ricordare che il capitalismo migliore, quello rivoluzionario e innovativo della Silicon Valley, con questo presidente è sempre andato d`accordo. Obama rilancia temi tipicamente “californiani”, come la Green Economy che i repubblicani gli hanno ostacolato senza pietà. Annuncia la creazione di una speciale task force per contrastare la concorrenza sleale della Cina. Propone incentivi per le aziende che rilocalizzano forza lavoro negli Stati Uniti. Sfida i repubblicani sul terreno della difesa del risparmiatore, proponendo nuove norme contro le frodi e gli abusi dell`alta finanza. La politica estera non è in primo piano, e tuttavia Obama rivendica con orgoglio i suoi due successi più grandi. «Non ci sono più soldati americani che combattono in Iraq, per la prima volta da nove anni». È al suo attivo l`uccisione di Osama bin Laden, lo smantellamento di Al Qaeda: risultati che la destra cerca di svilire accusandolo di cedimenti ai nemici dell`America. Obama usa parole dure con l`Iran,non è questo il momento di offrire ramoscelli d`ulivo. Sa che una crisi internazionale - compresa un`eventuale ricaduta dell`euro zona - può ancora cambiare tutte le coordinate di quest`annata elettorale. Da qui a novembre, per lui è essenziale spostare il baricentro del dibattito: non un referendum sul presidente, ma una scelta tra due idee dell`America”.

La nota del mattino Martedì 24 gennaio 2012

ORA O MAI PIU’. LA DESTRA SPERA NELL’ITALIA CHE SI RIBELLA E SOFFIA SUL FUOCO. TIR, TAXI, PROFESSIONISTI: L’ULTIMA OCCASIONE PER FAR CADERE MONTI PRIMA DELLE AMMINISTRATIVE.
Blocco dei tir. Proteste dei tassisti. Professionisti in rivolta. Molte ragioni spingono diverse categorie a protestare (e in parte sono anche fondate, per esempio il costo del carburante). Ma dietro la sgroppata della protesta c’è anche un’altra spinta: il centrodestra sostiene in segreto queste proteste e le alimenta con la speranza di far saltare il tavolo.
Non potendo far cadere direttamente Monti per paura di subire un contraccolpo mortale, il centrodestra lavora su due versanti: in Parlamento cerca di vanificare gli interventi (vedi l’emendamento Pdl per alleviare la lotta all’evasione fiscale e ridurre le sanzioni); nel paese lascia invece che il tentativo di disarcionare il governo di transizione e di impegno nazionale lo facciano le categorie. Obiettivo: ora o mai più. Basti pensare all’incontro tra Gasparri e i tassisti romani avvenuto in questi giorni: il centrodestra lascia intravedere la speranza del colpaccio, nella speranza che la lotta non perda forza e nella consapevolezza che se passano le norme invise alla sua base perderà una valanga di voti, prima alle amministrative, poi alle politiche.
Da L’Unità. “Rispunta il condono targato Tremonti. In un emendamento al milleproroghe presentato da Antonio Leone, figura di punta del gruppo berlusconiano (è vicepresidente vicario della Camera) si prorogano a tutto il 2011 i termini della cosiddetta definizione delle liti pendenti varata dal precedente governo nella manovra di luglio. Il testo è stato approvato in commissione. Oggi si passa in aula, dove il Pd ha già preparato un emendamento soppressivo. «L`Italia ha bisogno di discontinuità - dichiara Alberto Fluvi, firmatario della proposta abrogativa - Dopo Cortina e dopo le rassicurazioni dell`Agenzia delle entrate, non è possibile continuare in questo modo». A questo punto il governo dovrà esprimersi, facendo una chiara scelta di campo……”.
2. LAVORO: IL METODO DEL CONFRONTO E’ POSITIVO, MA LA TRATTATIVA PARTE IN SALITA. LA RIVOLUZIONE DELLA CIG NON CONVINCE I SINDACATI E NON TROVA I DENARI PER PARTIRE.
Bene il metodo del confronto aperto e della ricerca di un accordo generale. Nel 1992 e nel 1993 questo metodo fu un toccasana e contribuì a far uscire l’Italia dalle secche della crisi. Sui contenuti del confronto però governo e parti sociali sono molto lontani. Il ministro del lavoro, Elsa Fornero, ieri ha presentato un progetto in base al quale resterebbe la Cassa integrazione ordinaria ( quella che serve a superare crisi momentanee e che prevede il rientro al lavoro dei cassintegrati), ma ha anche prospettato la sostituzione della Cig straordinaria (che porta i dipendenti verso l’uscita dal lavoro e che può trasformarsi anche in mobilità lunga). L’obiettivo è di prevedere un sistema di sostegno del reddito strutturale per tutti coloro che perdono lavoro e che sia collegato alla formazione. Solo che, a parte le diverse posizioni sul tema, non si intravedono che risorse con le quali finanziare questa riforma. Secondo gli economisti de Lavoce.info, un sistema simile a quello danese in Italia costerebbe dai 12 ai 15 miliardi di euro l’anno.
I sindacati non hanno gradito le proposte del ministro Fornero. Ma anche la Confindustria non è apparsa convinta (le aziende in questo scenario dovrebbero sopportare maggiori oneri, invece di scaricarne la maggior parte sullo Stato).
Bene il metodo, dunque. Per il resto si vedrà. Il Pd ha segnalato ieri la necessità di trovare un accordo al tavolo del confronto governo-sindacati-imprenditori.
3. LA PERDITA DI MEMORIA VOLONTARIA DEI GRANDI COMMENTATORI. E LA VALORIZZAZIONE DELLA POLITICA DI CUI DISCUTE IL FINANCIAL TIMES.
Nella foga di voler dimostrare che la politica va buttata al macero per far posto a qualche nuovo demiurgo proveniente dall’industria, dalla finanza, comunque dai salotti del potere, alcuni quotidiani hanno cancellato la storia d’Italia in questi ultimi giorni, inneggiando alle liberalizzazioni del governo come alla prima iniziativa di questo genere nel paese, e hanno chiuso gli occhi sulla riflessione che in queste stesse settimane si sta aprendo a livello internazionale sulla necessità di mettere su un nuovo piano il rapporto tra politica ed economia.
Da L’Unità. Articolo di Bianca Di Giovanni. “Non sappiamo se si tratti di innocenti amnesie, o di una studiata «damnatio memoriae». Sta di fatto che da quando il decreto liberalizzazioni è stato varato venerdì scorso, sui mass media si ripete lo stesso ritornello: finalmente l`Italia ha fatto cose mai viste prima. Qualche ministro (sottaciamo il nome) si attribuisce anche altisonanti primati: queste misure aspettavano da 20 anni. Tutto bene, per carità. Meglio agire che restare fermi come Berlusconi. Male però che si racconti una storia «addomesticata». Dalle cosiddette lenzuolate del governo Prodi non è passato molto tempo: difficile che tutti le abbiano dimenticate. E altrettanto poco credibili appaiono questi inni, dopo un triennio di silenzio assordante su tutti i tentativi, spesso riusciti, di ammorbidire quelle norme. Vale la pena abbozzare un confronto sull`impatto delle misure di allora, rispetto a quelle che ora affronteranno l`esame parlamentare. Tutti ricorderanno i costi di ricarica che i grandi gruppi telefonici imponevano ai clienti. Sono scomparsi con un tratto di penna, consentendo immediatamente un risparmio complessivo valutato in due miliardi di curo. Nessun rinvio a prossimi decreti. Tra le nuove norme si fa fatica a rintracciare una misura tanto vantaggiosa per i bilanci familiari. Da notare che durante la discussione sempre gli stessi giornali erano pieni di fosche previsioni (che non si sono avverate) sul conseguente taglio di posti di lavoro da parte delle compagnie telefoniche.
Sui farmaci non c`è partita: l`apertura di nuovi punti vendita per quelli da banco ha ottenuto il calo dei prezzi di circa il 18%. Prima di allora nel Lazio avevano invitato le farmacie a fare sconti, con risultati molto deludenti. E oggi sui farmaci di fascia C si fa retromarcia, e si rafforza il potere dei farmacisti. Mentre il centrodestra accusava Bersani di prendersela con i poveri parrucchieri, le banche subivano un colpo durissimo: niente spese di chiusura conto, niente penali per la rinegoziazione dei mutui, niente ricorso al notaio per estinguere l`ipoteca. Nel solo 2008, con la crisi che fece schizzare le rate a livelli mai visti prima, sono stati 408mila i cittadini che hanno rimborsato il prestito evitando spese per la cancellazione dell`ipoteca. Sulla mobilità dei correntisti si è fatto un balzo in avanti che ha portato l`Italia ai primi posti in Europa, con il 13,1% che nel 2009 ha cambiato banca (dati Ue). In media sono 2 milioni i clienti che decidono di cambiare istituto, senza versare l`obolo di chiusura conto. Tutto questo è entrato in vigore immediatamente, portando vantaggi economici sostanziosi per le famiglie. Oggi le banche sono assenti dagli
interventi. Che dire? Non si affronta neanche il tema delle commissioni per il pagamento via bancomat. Interessante il confronto sulle assicurazioni. Quella è stata forse la partita più complicata (dopo quella - persa - sui taxi che sembrano vincere anche stavolta), ma ricca di proposte innovative.
Come quella dell`agente plurimandatario. L`Ania ha lavorato di fino per lasciare la norma inattuata, tanto che oggi ci si presenta un`ipotesi più debole: cioè che sull`Rc autos i presentino almeno tre ipotesi di diverse compagnie. Peccato che la legge, per l`appunto, già c`era. Come già esiste la possibilità si sconti in caso di istallazione della scatola nera. Dei risarcimenti diretti, arrivati a circa 5 milioni, non si è saputo più nulla, a parte il fatto che Berlusconi ha accontentato le compagnie nel ridimensionarli. Sempre durante il governo Prodi entrò in vigore anche la possibilità per i titolari di vecchie e onerose polizze di cambiare compagnia. E infine, quella di comparare le offerte on-line. Tutto questo è stato sostanzialmente «oscurato». Oggi invece si spaccia come risultato rivoluzionario quello sulle polizze legate ai mutui: la banca dovrà presentare almeno due ipotesi. Ebbene, finora la sottoscrizione della polizza non era obbligatoria: con quella disposizione la si legalizza. Tanto per far spendere di più i cittadini”.
Da L’Unità. Anticolo di Massimo D’Antoni. “Se potessimo astrarre dalle conseguenze così drammatiche per le persone, il momento attuale avrebbe tratti affascinanti per la rapidità e la profondità dei cambiamenti, specie sul versante della riflessione e del dibattito culturale. Non passa giorno senza una presa d`atto della necessità di rivedere le interpretazioni dei fenomeni economici. E, di riflesso, sociali e politici. A volte rimaniamo persino un po` sorpresi, come quando leggiamo in un articolo firmato da Martin Wolf, capo-economista del Financial Times, che per superare la crisi del capitalismo è «inevitabile» garantire almeno un parziale «finanziamento pubblico dei partiti e delle elezioni». Questa capacità di rimettere in discussione dogmi acquisiti e pregiudizi consolidati vale purtroppo più per altri Paesi che per il nostro, dove il dibattito pubblico, filtrato da un sistema editoriale e mediatico ingessato e asfittico, si caratterizza per la ripetitività. E per una lettura semplicistica dei processi in atto. Nel momento in cui la stampa economica e finanziaria internazionale si interroga sulla necessità di riformare il capitalismo, da noi a tenere banco sono i privilegi di questa o quella categoria di volta in volta individuata come «casta», o ripetitive analisi sull`articolo 18 quale freno allo sviluppo del paese. Emblematico è il tema dei rapporti tra politica ed economia. Il mondo sembra finalmente emergere da una lunga fase in cui ha dominato l`idea che crescita e benessere potessero essere garantiti solo contenendo e limitando il ruolo della regolazione pubblica rispetto al mercato. Insistendo sui costi veri o presunti dell`azione redistributrice dello Stato, proclamando che non vi fosse alcuna funzione positiva per le politiche di stabilizzazione o le politiche industriali, vedendo l`azione politica come puramente orientata alla creazione di rendite, è stata sopravvalutata la capacità di autoregolazione del mercato e ci si è trovati in difetto di strumenti per affrontare la crisi. Ciò che è in atto non è un ritorno semplicistico all`idea di una politica buona e portatrice di interessi pubblici da contrapporre a un mercato cattivo. Si rimette semmai a tema la questione della democrazia e si denunciano i meccanismi che hanno limitato la capacità della politica di rappresentare interessi diffusi. Negli Stati Uniti, dove certi processi sono stati più marcati, diversi studi
documentano come, a partire dagli anni Ottanta, la politica abbia di fatto abdicato al proprio ruolo, diventando ostaggio di gruppi ristretti e accettando o addirittura favorendo l`aumento della diseguaglianza e lo sviluppo sregolato della finanza. Nel dibattito nostrano, c`è chi continua invece a invocare improbabili separazioni della politica dall`economia, come se le decisioni politiche, anche quelle di astenersi dal fare, non avessero profonde implicazioni economiche. Quanto al tema della funzionalità della politica, non si può dire che esso sia stato assente dal dibattito. Ci si è tuttavia concentratiprevalentemente sull`aspetto della capacità «decidente», si è enfatizzato il momento concorrenziale del voto e delle sue regole, con il cittadino-elettore nel ruolo di un consumatore che sceglie tra i diversi “prodotti” offerti dal mercato politico. Si è così trascurata la funzione insostituibile dei partiti nel loro ruolo di organizzazione della rappresentanza, di mobilitazione del consenso e di creazione di una soggettività e capacità progettuale autonoma. Nella reazione alla «repubblica dei partiti» si è finito per dimenticare l`altra direzione del nesso tra economia e politica: l`autonomia della seconda dalla prima, o più precisamente il pericolo rappresentato dalle concentrazioni di potere economico per la democrazia indebolita dalla crisi dei partiti. Eppure, proprio l`esperienza italiana dovrebbe togliere ogni dubbio su tale capacità di condizionamento (e non ci riferiamo solo a Berlusconi). In quest`ottica, non si può che condividere la preoccupazione di Martin Wolf. Parlando di come il capitalismo può uscire dalla sua crisi, l`editorialista del Financial Times punta il dito contro il rischio che la politica sia asservita agli interessi dei poteri economici, e diventi così «plutocrazia».
Gli strumenti suggeriti sono da una parte la limitazione delle risorse private nelle contese elettorali, dall`altro l`erogazione di risorse finanziarie pubbliche a favore di chi si impegna in politica: «La protezione della politica dal mercato si ottiene regolando l`uso del denaro nelle elezioni e fornendo risorse pubbliche a chi vi partecipa. Un finanziamento pubblico almeno parziale di partiti ed elezioni è inevitabile». A pensarci, un`affermazione ovvia.
Eppure, leggerla sull`organo della comunità finanziaria britannica fa un certo effetto. Sarà anche per il contrasto con la stampa liberale e progressista di casa nostra, che alterna il vagheggiamento di improbabili formule di democrazia senza partiti a lunghi editoriali in cui ci spiega come sia necessario fare piazza pulita di ogni corpo intermedio (in quanto portatore di interessi necessariamente corporativi)“.
4. ANGELA MERKEL NON VUOLE PERDERE LA FACCIA, MA CEDE SULLE RISORSE PER IL FONDO SALVASTATI. OGGI RIUNIONE DELL’ECOFIN. DOMANI COMINCIA DAVOS. E SULLA GRECIA SI TRATTA ANCORA.
Il Cancelliere tedesco Angela Merkel continua a fare la faccia feroce (anche per motivi di battaglia politica e di consenso verso l’interno), ma sta lentamente cedendo sul tema delle risorse da mettere a disposizione del fondo salva Stati. Ora si parla di toccare 750 miliardi di euro da rendere disponibili. In cambio Merkel pretende rigore nel cosiddetto fiscal compact, cioè nell’accordo europeo sul rigore nella finanza pubblica, in base al quale tutti gli Stati europei dovrebbero ridurre il debito pubblico del 5 per cento l’anno fino a raggiungere quota 60 per cento rispetto al Pil. Oggi se ne discute alla riunione dell’Ecofin, i ministri economici e finanziari dell’Unione (ieri si è riunito l’Eurogruppo, cioè i ministri dei paesi dell’euro).
L’accordo tra la Grecia e i suoi creditori privati è ancora in discussione. Dalla sua conclusione dipende buona parte del futuro dell’euro.
Domani si apre a Davos il World Economic Forum, il vertice mondiale in cui ogni anno i potenti della Terra fanno il punto sull’economia.
5. IRAN, PARTE L’EMBARGO. E LA FLOTTA USA ATTRAVERSA LO STRETTO DI HORMUZ.
Dopo le risposte negative sul nucleare, l`Unione europea ha deciso di sfidare l`Iran con un embargo petrolifero totale. Nessuno dei paesi dell’Unione comprerà una goccia di oro nero sino a che non ripartirà il negoziato sul programma nucleare di Teheran. L`effetto della decisione è immediato per le nuove commesse, mentre i vecchi contratti saranno onorati sino al primo luglio. «Siamo pronti al dialogo - assicura Catherine Ashton, Alto rappresentante Ue per la politica estera -, ma devono spiegarci cosa ci fanno con l`uranio arricchito». Dura la reazione iraniana. «Se ci saranno problemi col greggio sicuramente chiuderemo lo stretto di Hormuz», ha tuonato il vicepresidente della commissione parlamentare per la politica estera, Mohammad Kowsari. Le conseguenze non sono tutte prevedibili.
Da La Stampa. Articolo di Maurizio Molinari. “Varcando lo Stretto di Hormuz con la portaerei Uss Lincoln accompagnata da una flottiglia di unità britanniche e francesi, la Us Navy ha voluto riaffermare la libertà di navigazione, sfidando Teheran che continua a minacciare di negarla in segno di ritorsione contro le sanzioni internazionali. Dietro il braccio di ferro fra Leon Panetta, capo del Pentagono, e il generale Ataollah Salehi, comandante di Stato Maggiore delle forze iraniane, c`è una disputa strategica che investe la maggiore arteria petrolifera del pianeta e vede entrambe le parti vantare la legittimità giuridica delle rispettive posizioni. La disputa strategica è descritta dalla geografia. Il passaggio di Hormuz fra il Golfo Persico e l`Oceano Indiano nella parte più stretta misura 54 chilometri fra le coste dell`Iran, settentrionale, e degli Emirati Arabi Uniti, meridionale, dove si trova appollaiata l`enclave di Musandam dell`Oman. Emirati e Oman sono sostenuti dall`Arabia Saudita, rivale strategico di Teheran per l`egemonia sul Golfo e maggiore alleato di Washington nella regione, trasformando lo Stretto nel punto più vicino dove gli interessi e le ambizioni degli sceicchi arabi-sunniti e iraniani-sciiti si fronteggiano.
L`oggetto del contendere, da quando in Iran si affermò la rivoluzione khomeinista nel 1979, è il controllo del traffico petrolifero attraverso gli Stretti stimato fra il 36 e il 40 per cento del commercio quotidiano globale. La totalità del petrolio esportato da Arabia Saudita, Iran, Kuwait, Iraq, Qatar, Emirati Arabi e Bahrein passa ogni giorno Hormuz a bordo di petroliere dirette verso Asia ed Europa che transitano lungo due corsie, una in entrata e un`altra in uscita, larghe circa 3 miglia ciascuna all`interno di una canale di navigazione internazionale di 10 miglia fra le acque dell`Iran e quelle dell`Oman. Ciò significa che il fabbisogno energetico di gran parte del mondo industrializzato dipende dalla libertà di accesso a queste due corsie parallele. La contrapposizione fra il blocco dei Paesiarabie Teheran portò durante il conflitto Iran-Iraq (1980-1988) alla «guerra delle petroliere», che iniziò nel 1984 con l`attacco iracheno contro il terminale petrolifero iraniano di Kharg e portò Teheran a bombardare le petroliere irachene e del Kuwait innescando una serie di blitz e rappresaglie che il 18 aprile de1 1988 degenerarono in uno scontro diretto fra la Us Navy e le forze iraniane. L`operazione «Praying Mantis» iniziò quando la fregata americana Uss Roberts urtò una mina iraniana a Hormuz, innescando il maggior conflitto aeronavale avvenuto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale con
l`affondamento di cinque navi iraniane e l`abbattimento di un elicottero dei Marines. A 24 anni di distanza, quello scontro militare sembra ora rischiare di ripetersi anche se in dimensioni ben maggiori. Dalla metà di dicembre le forze iraniane e americane hanno effettuato esercitazioni opposte e speculari simulando cosa potrebbe avvenire. I Guardiani della rivoluzione iraniana hanno mine a sufficienza per bloccare la navigazione. Se la Us Navy dovesse mandare i cacciamine, gli iraniani dispongono di barchini veloci e missili antinave capace di bersagliarle. Il comando americano di base a Doha, in Qatar, risponde con un potenziale aeronavale di schiacciante superiorità tattica, soprattutto grazie alle unità della Quinta Flotta di stanza in Bahrein, che possono contare sul sostegno di vicini porti militari francesi e britannici. Se i venti di guerra tornano a spazzare gli Stretti di Hormuz è perché si fronteggiano opposte versioni sulla legittimità della chiusura della navigazione. Teheran ritiene che il varo di sanzioni internazionali contro la sua industria petrolifera equivale ad un atto di guerra, consentendole dunque sulla base della Convenzione di Ginevra del 1958 di difendersi chiudendo Hormuz al traffico navale dei Paesi che le applicano, a cominciare da Stati Uniti, Paesi europei e arabi. «Chiudendo lo Stretto di Hormuz sarà seriamente interrotto il flusso di greggio verso gli Stati industriali - ha scritto il giornale conservatore iraniano Kayhan - causando loro condizioni intollerabili» al pari di quanto avverrà in Iran a seguito delle sanzioni petrolifere. Il riferimento è non solo all`approvvigionamento ma anche alle implicazioni di un prezzo del greggio che potrebbe schizzare, secondo alcuni analisti, a 200 dollari, il doppio di quello attuale. Per gli Stati Uniti invece ad essere equiparata ad una «dichiarazione di guerra» sarebbe proprio la chiusura degli Stretti, trattandosi di una palese violazione della libertà di navigazione sancita dai Trattati internazionali. A rendere ancora più complessa la disputa è il fatto che tanto Teheran che Washington invocano il Trattato Onu sul Diritto, del Mare del 1982, sebbene entrambe non l`abbiano ratificato. Per Teheran il Trattato obbliga al rispetto della libertà di navigazione solo nei confronti delle imbarcazioni dei Paesi aderenti, egli Usa non sono fra questi, mentre Washington ribatte che il diritto di «Passaggio Inoffensivo» è una consuetudine inviolabile del diritto internazionale e vale per tutti. E ancora: la III Conferenza dell`Onu sul Diritto del Mare scelse di non affrontare l`estensione dei diritti di «Passaggio Inoffensivo» alle navi da guerra e ciò consente a Teheran di affermare che il blocco contro le navi militari sarebbe legittimo. Non a caso nelle ultime settimane la Us Navy ha effettuato più operazioni di soccorso marittimo a pescherecci iraniani al fine di attestare che la sua presenza non ha fini solo militari”.